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DON GIGI Direttore dell'oratorio

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2007-1924

 

Il conto torna,

gli anni no.

La storia ci dà radici

per germogli di futuro.

La speranza è nei giovani

la realtà è negli adulti.

Mille anime e tanti pensieri:

fiducia, fede, sudore passione

Don Bosco ci ha lanciati

E don Bosco ci accoglierà

Chiunque tu sia

Se vuoi un’esperienza di umanità

Sei il Benvenuto.

Sales. Cooperatori

 

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Non di rado si odono giovani o altre persone venute a conoscenza dei Cooperatori fare domande come queste:  che  cosa  aggiunge ad un cristiano impegnato il fatto di essere cooperatore? Si riduce alla semplice appartenenza ad una associazione benefica? Od anche alla possibilità di ricevere aiuti o godere vantaggi spirituali? Questi e altri interrogativi contengono tutti una parte di verità, ma non esprimono la cosa più importante che è questa: impegnarsi come Cooperatore vuol dire rispondere alla vocazione salesiana; vuol dire partecipare alla realizzazione del progetto apostolico di don Bosco.

Cosa significa più dettagliatamente avere questa vocazione salesiana di Cooperatore? Lo dice, in breve, l’articolo ad essa dedicato.

Significa innanzitutto sentirsi attratto dalla figura evangelica di don Bosco e costatare che la sua personalità, la sua opera, il suo spirito realista e dinamico, il suo metodo educativo corrispondono a certi tratti della propria esperienza cristiana.

Significa trovarsi bene con don Bosco e sentirsi invogliati a lavorare con Lui nella Famiglia che ne continua la missione giovanile e popolare.

Significa essere sensibili ai problemi dei giovani e del popolo, coglierli come due problemi forse decisivi del mondo attuale e del suo prossimo futuro, e quindi, simpatizzare con i piccoli e con i poveri, e volerli aiutare concretamente in modo da assicurarne la promozione umana e la salvezza cristiana. In breve, significa sentirsi invogliati a offrire il proprio contributo, modesto o rilevante, all’attuazione del progetto apostolico di don Bosco, pur rimanendo nella propria condizione di cristiano laico impegnato apostolicamente.

Lo Spirito di Dio chiama ogni cristiano a trovare il suo posto originale nel Popolo di Dio e ad assolvere il suo compito particolare nella missione della Chiesa. Solo eccezionalmente si tratta di una vocazione straordinaria. Per lo più è una vocazione semplice. In tutti i casi è quella propria di ognuno e commisurata alla sua personalità umana e cristiana. Va scoperta e seguita nella docilità totale allo Spirito Santo, invocandolo nella preghiera.

Significa, insieme, avere una specie di gusto della vita cristiana autentica, in un contesto in cui tanti, che si dicono cristiani, ignorano o disattendono le esigenze del loro Battesimo e gli impegni della loro Cresima.

Significa desiderare di sfuggire alla mediocrità, alle proteste teoriche o sentimentali, alla pietà formale, per prendere il Vangelo sul serio e tentare la formidabile avventura della fede vissuta e della vita donata.

Cosa deve fare il Cooperatore per essere un cristiano, apostolo secolare come lo voleva don Bosco ieri e come lo vuole la Chiesa oggi? Deve seguire Cristo oggi. Questo vuol dire credere in Lui, al mistero ineffabile della sua persona di Uomo-Dio, alla sua vita spesa per la nostra salvezza (fede). Vuol dire fare propria la visione del mondo, degli uomini, della storia e delle vicende umane, che aveva Lui (conversione). Vuol dire avere gli atteggiamenti interiori di abbandono totale e fiducioso in Dio e di confidenza piena d’amorevolezza negli uomini, che aveva Lui (speranza). Vuol dire amare Dio ed amare il prossimo come Lui (carità). Vuol dire trattare le persone come le trattava Lui; comportarsi in famiglia, nel lavoro, nella società, nella gioia e nel dolore, davanti alla povertà ed alla malattia, di fronte all’ingiustizia ed all’oppressione, nei confronti di ogni forma di prova, come si è comportato Lui. Vuol dire essere docili alla voce interiore dello Spirito, che illumina la coscienza e stimola la volontà, come lo è stato Lui. E tutto questo non teoricamente, a livello di idee, ma praticamente, nella trama ordinaria dell’esistenza quotidiana.

Essere fedeli a don Bosco non significa “copiarlo” con un atteggiamento di assoluta passività, ma significa rivivere la medesima esperienza del Fondatore riesprimendola con il nostro volto e la nostra individualità appunto là dove il Fondatore non ha potuto, né voluto attuarla.

Appartiene all’educazione un certo carattere di novità e di irrepetibilità. Essendo un processo umano, l’educazione presenta un forte margine di innovativo in una dialettica tra passato, presente e futuro. Chi educa attinge al patrimonio del passato, si ancora a certezze perenni per affrontare una situazione nuova che nessun altro ha già previsto così com’è. Inoltre, si pone in prospettiva di un futuro umano e sociale migliore del presente e non già contenuto nel passato.

Il richiamo agli educatori di oggi non si pone più sul registro del “guai ai novatori”, ma si colloca sul versante opposto, quello della innovazione, della reinvenzione, cioè dell’interpretazione alla luce delle nuove problematiche educative, sconosciute a don Bosco. La storia, soprattutto agli inizi, ci consegna delle preziose intuizioni che, come limpida sorgiva, ci raggiungono, ci interpellano, ci stimolano a decodificarle e a tradurle nell’oggi, in modo inedito, adeguato a questo nostro tempo segnato da grandiosi mutamenti epocali.

Don Bosco era consapevole del prolungamento misterioso della sua vita nella storia e nella missione dei suoi figli, quando si compiaceva di loro e della loro capacità di sintonia spirituale ed operativa. In un dialogo serale di don Bosco con don Barberis nel 1875 il nostro Santo disse:<<Voi compirete l’opera che io incomincio: io abbozzo, voi stenderete i colori>>. Don Barberis ribatté: <<Purché non guastiamo quello che don Bosco fa…>>. E don Bosco: << Oh, no! Adesso io faccio la brutta copia della Congregazione e lascerò a coloro che mi vengono dopo di fare poi la bella. Ora c’è il germe…>>.

La sorgente della propria migliore identità resta nelle proprie radici, ma la fecondità delle opere è prodotto di mani operose che sanno tessere nell’oggi quella mirabile sintesi di tradizione e di innovazione proiettandosi continuamente in avanti.

Ci auguriamo che don Bosco possa dire di tutti noi quello che Viktor Frankl, a 85 anni di età, disse del suo migliore discepolo e amico: <<Sono enormemente felice: ho passato la fiaccola accesa ad un altro che l’ha presa in consegna […] e so benissimo che tale fiaccola sta nelle migliori mani che io potessi immaginare>>.

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