Corrado Cecchetti, Anna Maria Biancucci
Cattedra di Anestesia e Rianimazione
Università degli Studi "Tor Vergata"-Roma
Il rischio di offendere la morte e la dignità stessa del morire deriva da una sostanziale ambivalenza, da un lato l'eccessiva medicalizzazione della morte, come diretta conseguenza dell'avanzato stato tecnologico raggiunto in ambito medico, con la possibilità di estendere l'impiego di cure intensive anche in ambiti dove il carattere irreversibile della patologia non nè giustifica l'applicazione; d'altro canto, nelle stesse condizioni cliniche, l'impiego di presidi anche di solo supporto e di risorse umane potrebbe apparire ingiustificato ed inutile, alla luce di un'erronea analisi del rapporto costo-beneficio.
Le radici dell'eutanasia trovano fondamento soltanto in parte nella "falsa illusione" di offrire una morte più dignitosa, allontanando il dolore e la sofferenza con la negazione stessa della vita; infatti radici più profonde possono derivare anche dalla stessa pietà popolare, legata al concetto di dolore e morte,che si concretizza nell'esperienza medica di ogni giorno in espressioni quali: "dottore faccia che non soffra", "e' morto, per fortuna che non ha sofferto","speriamo che muoia il prima possibile così non soffre più".
Si definisce per Eutanasia un atto deliberatamente inteso a provocare la morte di una persona malata, senza alcuna speranza di recupero, allo scopo di porre fine alla sua sofferenza. Tale atto può essere volontario o involontario; in quest'ultimo aspetto del carattere involontario dell'atto s'intende sia la condizione in cui chi soffre non viene coinvolto in questa scelta, pur avendone le capacità intellettive, sia la condizione in cui in cui il malato non è più in grado d'intendere e volere e tale decisione viene comunque presa ed attuata da altri.
Nei casi in cui l'atto risulti derivare da un consenso del paziente si devono comunque considerare gli aspetti contradditori. Risulta chiara l'inappropriatezza sia del ricorrere ad una finta pietà verso il paziente che considerare tale atto come scaturito dalla realizzazione della volontà del paziente, da un lato, ed il medico che accetta per pietà o per rispetto la volontà del paziente stesso. Il medico non si può configurare come un soggetto passivo di tale atto; infatti solo chi condivide ed accetta il motivo specifico di tale richiesta,che si presenta comunque contraria all'ispirazione più profonda dell'essere medico,potrà attuarla. Tale motivo consiste nel convincimento che è bene per il paziente in uno stato di sofferenza estrema porre fine ad una vita divenuta ormai indegna.
Nella definizione stessa dell'eutanasia l'atto è sicuramente la componente più chiara e definita ma l'ambito in cui si realizza non è definito e gl'interrogativi, legati ad una visione distorta della sofferenza, sono molteplici.
Ci si rivolge solo verso il malato terminale? Ma quando un malato è o diventa terminale? Eutanasia significa anticipare un evento inevitabile? Il valore morale dell'atto può forse variare anticipando quanto più precocemente questo stato di sofferenza ineluttabile?
La sofferenza è una categoria vasta e non sufficientemente definita, se non viene ulteriormente chiarita; potrà trattarsi di una sofferenza fisica nelle sue più varie espressioni: dolore, sintomi di varia natura a carattere più o meno ingravescente; sofferenze psichiche:tristezza, angoscia,senso di morte.
Le domande poste da un atto deliberatamente contrario alla vita sono molteplici e di difficile comprensione se non inserite in un'ottica cristiana della sofferenza e della morte.
Come non vuole morire, cosi' l'uomo, istintivamente non vuole soffrire: ogni forma di dolore (e le possibilita' sembrano quasi infinite) gli appare come una menomazione del suo essere, una ferita alla sua integrita', un arresto imposto alle sue prorompenti energie di vita e di espansione. Frosini G. Cattedra di Teologia - Firenze (Algologia 1,1,1982).