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DON GIGI Direttore dell'oratorio

 

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2007-1924

 

Il conto torna,

gli anni no.

La storia ci dà radici

per germogli di futuro.

La speranza è nei giovani

la realtà è negli adulti.

Mille anime e tanti pensieri:

fiducia, fede, sudore passione

Don Bosco ci ha lanciati

E don Bosco ci accoglierà

Chiunque tu sia

Se vuoi un’esperienza di umanità

Sei il Benvenuto.

DESERTO

torna indietro

Il significato religioso del deserto ha un diverso orientamento, a seconda

che si pensi ad un luogo geografico oppure ad un'epoca privilegiata della

storia della salvezza. Dal primo punto di vista il deserto è una terra che

Dio non ha benedetto; l'acqua vi è rara, come nel giardino del paradiso

prima che piovesse (Gen 2, 5), la vegetazione minuta, l'abitazione

impossibile (Is 6, 11); fare d'un paese un deserto, significa renderlo simile

al caos originario (Ger 2, 6; 4, 20-26), cosa che meritano i peccati di

Israele (Ez 6, 14; Lam 5, 18; Mi 23, 38). In questa terra sterile abitano

*demoni (Lev 16, 10; Lc 8, 29; 11,24), satiri (Lev 17,7) ed altre *bestie

malefiche (Is 13,21; 14,23; 30,6; 34, 11-16; Sof 2, 13 s). In breve, in

questa prospettiva, il deserto, terra *salata, si oppone alla terra abitata

come la *maledizione alla *benedizione.

Ora, e questo è il punto di vista biblico dominante, Dio ha voluto far

passare il suo popolo per questa « terra spaventosa » (Deut 1, 19), per farlo

entrare nella terra in cui scorrono latte e miele. Questo avvenimento

trasformerà il simbolismo precedente. Il deserto, pur conservando sempre

il suo carattere di luogo desolato, evoca innanzitutto un'epoca della storia

sacra: la nascita del popolo di Dio. II simbolismo biblico del deserto non

può quindi confondersi con una qualche mistica della *solitudine o della

fuga dalla civiltà; non ha di mira un ritorno al deserto ideale, ma un

passaggio attraverso il tempo del deserto di cui l'esodo di Israele è la

*figura definitiva.

 

VT

I. IN CAMMINO VERSO LA TERRA PROMESSA

 

A differenza dei ricordi collegati all'uscita dall'Egitto propriamente detta,

quelli che concemono l'attraversamento del deserto non sono stati

idealizzati che in epoca tarda. Nella loro forma attuale le tradizioni nostrano

ad un tempo che fu un periodo di prova per il popolo e persino di

apostasia, ma sempre un tempo di gloria per il Signore. Tre elementi

dominano questi ricordi: il disegno di Dio, l'infedeltà del popolo, il trionfo

di Dio.

1. Il disegno di Dio.'- Una duplice intenzione dominà la traversata del

deserto. È una *via scelta espressamente da Dio, pur non essendo la più

breve (Es 13,17), perché Dio voleva essere la guida del suo popolo (13,

21). Poi, nel deserto del Sinai, gli Ebrei devono adorare Dio (Es 3, 17 s =

5, 1 ss); di fatto vi ricevono la *legge e concludono la *alleanza che fa di

questi uomini erranti un vero *popolo di Dio: lo si può persino censire

(Num 1,1 ss). Dio ha quindi voluto che il suo popolo nascesse nel deserto;

tuttavia gli ha promesso una terra, facendo così del soggiorno nel deserto

un'epoca privilegiata, ma provvisoria.

2. L'infedeltà del popolo. - La via di Dio non aveva potesse essere paragonato

alla buona terra d'*Egitto, dove non mancavano cibo e sicurezza; era

la via della fede pura in colui che guidava Israele. Ora, fin dalle prime

tappe, gli Ebrei mormorano contro la disposizione del Signore: non c'è

sicurezza, non c'è acqua, non c'è camel Questo mormorio si ritrova in tutti

i racconti (Es 14, 11; 16, 2 s; 17, 2 s; Num 14, 2 ss; 16,13s;

20,4s; 21, 5), ed è sollevato sia dalla prima che dalla seconda generazione

del deserto. La ragione ne è chiara: si rimpiange la vita ordinaria; per

quanto essa in Egitto fosse penosa, la si preferirebbe a questa vita

straordinaria, affidata alla sola cura di Dio; vale meglio una vita di schiavi

che la morte incombente, il pane e la carne che la *manna insipida. Il

deserto rivela in tal modo il cuore dell'uomo, incapace di trionfare della

*prova cui è sottoposto.

3. Il trionfo della. misericordia divina. - Ma Dio, se lascia perire nel

deserto tuta coloro che si sono ostinati (cfr. *indurimento) nella loro

infedeltà e nella loro mancanza di fiducia, non abbandona tuttavia il suo

disegno, e trae il bene dal male. Al popolo che mormora dà un cibo ed

un'acqua meravigliosi; se deve *castigare i peccatori, egli offre loro mezzi

inattesi di salvezza, come il serpente di bronzo (Num 21,9). E questo

perché Dio manifesta sempre la sua santità e la sua gloria (20, 13).

Quest'ultima si mostrerà soprattutto quando, con Giosuè, un vero popolo

entrerà nella *terra promessa. Questo trionfo finale permette di vedere nel

deserto non tanto l'epoca dell'infedeltà del popolo, quanto piuttosto il

tempo della fedeltà misericordiosa di Dio, che previene sempre i ribelli e

porta a termine il suo disegno.

II. RETROSPETTIVA SUL TEMPO DEL DESERTO

Insediato nella terra promessa, il popolo l'ha ben presto trasformata in un

luogo di prosperità idolatrica ed empia, tendendo a preferirei doni

dell'alleanza all'alleanza del donatore. Allora il tempo del deserto apparirà

privilegiato ed aureolato dalla gloria divina.

1. Invito alla conversione. = Mediante il tema della *memoria il

Deuteronomio attualizza gli avvenimenti del deserto (Deut 8, 2 ss. 15-18):

tempi meravigliosi della sollecitudine paterna di Dio; in essi il popolo non

è perito, ma è stato messo alla prova, affinché riconoscesse che l'uomo non

vive soltanto di pane, ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio. Così

pure la sobrietà del culto al tempo del deserto invita Israele a non accontentarsi

di una pietà formalistica (Am 5, 25 = Atti 7, 42). Viceversa, il

ricordo delle disobbedienze è un appello alla conversione ed alla fiducia in

Dio solo, oggi almeno si cerchi di non aver più la cervice dura, e di non

tentare Dio (Sal 78, 17 s. 40; 95, 7 ss; Atti 7,51), si sappia pazientare al

ritmo di Dio (Sal 106, 13 s), e contemplare il trionfo della misericordia

(Neem 9; Sal 78; 106; Ez 20).

2. « Le meraviglie di Dio ». - Anche ricordando queste infedeltà, non si

pensava a presentare il soggiorno nel deserto come un *castigo. Meno

ancora 'ricordando le meraviglie che contrassegnarono il tempo del fidanzamento

di Dio con il suo popolo: è il tempo idillico del passato in

opposizione al tempo presente di Canaan. Così Elia, andando all'Horeb,

non vi va soltanto a cercare un rifugio nel deserto, ma un ritorno alle fonti

(1 Re 19). Poiché i castighi non sono sufficienti a far tornare la *sposa

infedele, Dio la condurrà nel deserto e le parlerà al cuore (Os 2, 16), e sarà

nuovamente il tempo del fidanzamento (2, 21 s). Le meraviglie del passato

si abbelliscono nelle memorie: la *manna diventa un cibo (cfr. *nutrimento)

celeste (Sai 78, 24), un *pane dai gusti molteplici (Sap 16, 21).

Ora questi doni sono pure il pegno d'una presenza attuale, perché Dio è

fedele. E un padre amoroso (Os 11), un *pastore (Is 40, 11; 63, 11-14; Sal

78, 52). A motivo di quest'epoca in cui il popolo visse così vicino a Dio,

come non avere piena fiducia in colui che ci guida e ci nutre (Sai 81, 11)?

3. II deserto ideale. - Se il tempo del deserto è un tempo ideale, perché

non prolungarlo senza posa? Così i Recabiti vivevano sotto la tenda, per

manifestare la loro riprovazione della civiltà cananea (Ger 35) e i monaci

di Qumràn hanno rotto con il sacerdozio ufficiale di Gerusalemme. Questa

mistica della fuga nel deserto ha la sua grandezza - può anche dare un

senso a una situazione di perseguitati (1 Mac 2, 28 ss; Ebr 11, 38) - ma,

nella misura in cui si isolasse dall'avvenimento concreto che l'ha fatta

nascere, tenderebbe a degenerare in una evasione sterile: Dio non ha

chiamato Israele a vivere nel deserto, ma ad attraversare il deserto per

vivere nella terra promessa. D'altronde il deserto conserva il suo valore

*figurativo. La salvezza sperata dagli esiliati di Babilonia è concepita

come un nuovo *esodo: il deserto fiorirà sotto i loro passi (Is 32,15 s; 35, 1

s; 41, 18; 43, 19 s). La salvezza della fine dei tempi in talune apocalissi è

presentata come la trasformazione del deserto in *paradiso; il Messia apparirà

allora nel deserto (cfr. Mt 24,26; Atti 21, 38; Apoc 12, 6. 14).

NT

Mentre le comunità esseniche, come quella di Qumràn, predicavano una

separazione dalla *città e si rifugiavano nel deserto, *Giovanni Battista

non vuole consacrare una qualche mistica del deserto. Se vi proclama il

suo messaggio, lo fa per rivivere il tempo privilegiato; e quando l'acqua ha

rinnovato i cuori, rimanda i battezzati al loro lavoro (Lc 3,10-14). Il

deserto non è che un'occasione per convertirsi in vista del Messia che

viene-

1. Cristo nel deserto. - Gesù ha voluto rivivere le diverse tappe del popolo

di Dio. Perciò, come un tempo gli Ebrei, è spinto dallo Spirito di Dio nel

deserto per esservi messo alla prova (Mt 4, 1-11 par.)- Ma, a differenza dei

suoi padri, egli supera la prova e rimane fedele al Padre suo, preferendo la

parola di Dio al pane, la fiducia al miracolo meraviglioso, il servizio di

Dio ad ogni speranza di dominazione terrena. La prova fallita al tempo

dell'esodo trova ora il suo senso: Gesù è il figlio primogenito nel quale si

compie il destino di Israele. Non è impossibile che il tema del paradiso

ritrovato si legga nel racconto di Marco (1, 12 s).

2. Cristo, nostro deserto. - Nel corso della sua vita pubblica Gesù ha

indubbiamente utilizzato il deserto come un rifugio contro la folla (Mt

14,13; Mc 1,45; 6,31; Lc 4,42), propizio alla preghiera solitaria (Mc 1, 35

par.); ma questi atti non si inseriscono direttamente nel simbolismo del

deserto. Per contro, Gesù si presenta come colui che nella sua persona

realizza i doni meravigliosi di un tempo. È l'acqua viva, il pane del cielo,

la via e la guida, la luce nella notte, il serpente che dà la vita a tutti coloro

che lo guardano per essere salvati; infine è colui nel quale si realizza la

conoscenza intima di Dio, mediante la comunione con la sua carne e con il

suo sangue. In un certo senso si può dire che Cristo è il nostro deserto: in

lui noi abbiamo superato la prova, in lui abbiamo la comunione perfetta

con Dio. Ormai il deserto come luogo e come tempo è realizzato in Gesù;

la figura cede alla realtà.

 

II. LA CHIESA. NEL DESERTO

 

I simbolismi del deserto continuano a svolgere una funzione nel far

comprendere la condizione della Chiesa, che vive nascosta nel deserto fino

al ritorno di Cristo, il quale porrà termine alla potenza di Satana (Apoc 12,

6.14). Tuttavia il simbolo è in rapporto più stretto con il suo sfondo biblico

quando Gesù moltiplica i pani nel deserto per mostrare ai suoi discepoli

non che bisogna vivere nel deserto, ma che un nuovo tempo è inaugurato,

in cui si vive meravigliosamente della parola stessa di Cristo (Mt 14, 13-21

par.).

Paolo si colloca nella stessa prospettiva. Insegna che i fatti verificatisi un

tempo avvennero per nostra istruzione, di noi che siamo giunti alla fine dei

*tempi (1 Cor 10, 11)- Un tempo gli Ebrei erano stati *battezzati nella

*nube e nel *mare; oggi, battezzati in

Cristo, noi siamo nutriti col pane vivo ed abbeverati con l'acqua dello

Spirito che zampilla dalla *roccia; e questa roccia è Cristo. Nessuna

illusione: viviamo ancora nel deserto, ma sacramentalmente. La figura del

deserto rimane quindi indispensabile per comprendere la natura della vita

cristiana.

Questa vita rimane sotto il segno della prova, finché non siamo entrati nel

*riposo di Dio (Ebr 4,1). Perciò, ricordando i fatti di un tempo, non

rendiamo *ostinati (cfr. *indurimento) i nostri cuori; il nostro « oggi » è

sicuro del trionfo, perché siamo « partecipi di Cristo » (3, 14), che rimase

fedele nella prova.

c- THOMAS e x LÉON-DUFOUR